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Spett.le Redazione,

ho visto che avete recentemente aperto un gruppo dedicato al mondo del lavoro e vi scrivo per parlarvi di una tematica che è fonte di accesi dibattiti e controversie tra i mass media e nell’ambito dello scenario politico italiano che si inquadra nel contesto dell’ambito Lavoro e al contempo tocca anche il delicato argomento riguardante la Sicurezza del paese: ossia  la Giustizia. Quale mistero e quanta inquietudine suscita a chi affronta tale argomento vuoi che sia un operatore della magistratura, vuoi chi sia interessato, più o meno, a risponderne penalmente, civilmente, amministrativamente ecc. Non sono qui certamente per impartire una lezione di diritto o di educazione civica o tanto meno a creare un senso di disagio al lettore ricorrente o occasionale che sia, ma lo scopo che mi prefiggo è quello di far conoscere un “mondo nel mondo”, e permettetemi il gioco di parole perché è così che si tratta, quello degli istituti penitenziari o comunemente detto il “Carcere”, della loro gestione da parte dello Stato nelle figure professionali demandate istituzionalmente a tale scopo e di chi è chiamato a rappresentarli politicamente.

Intendo parlare di un “brutto mondo” nel mero senso del termine, di un luogo escluso dalla nostra coscienza e tanto meno dalla nostra conoscenza. Come si è detto prima si tratta di un “mondo nel mondo” con sue regole precise dettate da uno stato di Diritto e tacite che nascono dai comportamenti, dal buon senso, dalle mentalità di chi li vive e di chi ci lavora, ma il tutto finalizzato al buon andamento di vita di chi ci vive forzatamente e di chi ci lavora perché chiamato a svolgere una funzione istituzionale o rieducativa. Il carcere, nell’ottica appena espressa, risulta essere di conseguenza un mondo a sé poco conosciuto perché l’opinione pubblica conosce quello che i mass media vogliono far sapere, sempre e comunque finalizzato a creare un enfasi opportuna in riferimento ad un evento che all’interno delle strutture accade. C’è da sottolineare comunque sia che anche i mass media ne conoscono ben poco e ciò che esprimono a volte sono pure congetture, ipotesi e riflessioni che rispecchiano l’opinione di chi scrive dettata per lo più per vendere o far apparire sensazionalmente la Testata giornalistica che rappresenta

Se ne parla di questo mondo, quindi, soltanto senza sapere cos’è realmente senza conoscere i risvolti obiettivi di una realtà unica e indescrivibile se non si ha prima di tutto una presenza effettiva nell’ambito dell’argomento, ma soprattutto se non si ha buon senso e una buona dose di sensibilità, non solo umana ma anche spirituale perché per vivere questo mondo non solo si deve essere come dire “umani” tra gli umani erranti, che di per se non è  a volte sufficiente, bensì anche possedere una forza di volontà interiore per essere in grado di affrontare drammi sociali di vissuti che hanno affrontato disparate esperienze vuoi per scelta, vuoi per puro opportunismo, vuoi per ignoranza, vuoi per errore, vuoi per cupidigia e quant’altro che hanno minato la personalità e indotto a compiere determinate condotte illecite. Si parla di carcere, nella concezione comune, come di un ricettacolo dove gettare la “feccia umana”, cioè  coloro che non si sono adeguati a un sistema di leggi e che per via di una pena irrogata da un organo della giustizia sono chiamati ad espiare una sanzione che è penale e rieducativa secondo il mandato costituzionale espresso dall’articolo 27 della stessa Carta.

Inoltre si tratta dell’argomento soltanto in occasione delle ricorrenze particolari vedasi di recente il consueto annuale del “Corpo di Polizia Penitenziaria” dove in pompa magna vengono espresse argomentazioni veritiere ma molto marginali da parte del Direttore generale dell’Amministrazione Penitenziaria e dove si premiano poliziotti del Corpo che si sono distinti in azioni derivanti da funzioni polizia giudiziaria oppure se ne affronta del tema soltanto quella parte che a livello mediatico, lo ribadisco, giornalisticamente parlando, vengono messi in cattiva luce gli operatori penitenziari quali essi siano agenti, educatori, psicologi ecc. chiamati a svolgere un compito gravoso e poco tutelati dalle istituzioni.

Il Corpo di Polizia Penitenziaria è un organo, come si evince dalla denominazione, di polizia chiamato a lavorare all’interno degli istituti penitenziari italiani, dotato quindi di compiti istituzionali, ha un mandato delicatissimo, in quanto come prevede la legge 395/90, oltre a sovrintendere alla sicurezza e al mantenimento dell’ordine delle strutture penitenziarie, provvede alle traduzioni dei detenuti da un istituto all’altro, al piantonamento negli ospedali e assistenza nelle aule dibattimentali, è chiamato insieme ad altre figure professionali rieducative alla recupero sociale del condannato pertanto partecipa all’osservazione del detenuto e ne esprime giudizi in merito contribuendo alla formulazione di un piano di trattamento rieducativo. L’opinione pubblica poco conosce leggi e tutta una serie di ordinamenti, che disciplinano la Polizia Penitenziaria e la vita dei detenuti nei loro diritti e doveri.

Una delle problematiche che oggi giorno affligge il mondo penitenziario è il sovraffollamento che determina una congestione nella mole di lavoro gestionale a fronte di conseguenza di una carenza degli operatori che genera una costante e pressante accrescimento dello stato di tensione all’interno degli istituti. Cittadini extracomunitari, usi e mentalità diverse, idiomi linguistici diversi, leggi sull’immigrazione poco chiare e quindi poco applicabili, misure alternative alla detenzione inapplicabili per detenuti senza fissa dimora causano questa endemica problematica rivelata solo in parte dai media nazionali. Un sovraffollamento che appesantisce il carico di lavoro degli operatori e di tutti i poliziotti, degrada la sicurezza degli istituti, ma soprattutto le attività rieducative ne subiscono una contrazione inevitabile.

Sarebbe in tal senso che le istituzioni e gli organi deputati a farlo, s’impegnino ad una riforma del codice di procedura penale per permettere lo sconto della pena dei detenuti senza fissa dimora extracomunitari clandestini nei loro paesi d’origine. Si tratta di una questione che spesso nel dibattito politico è ricorrente, ma soprattutto risulta sempre più difficoltosa e inavvicinabile la risoluzione se opportuni provvedimenti in tal senso tardano ad essere adottati in quanto la clandestinità è divenuta una normalità consolidata e le difficoltà aumentano per via del numero sempre più enorme degli stessi e di conseguenza diventa difficile in senso procedurale l’identificazione e il conseguente rimpatrio. Le nostre istituzioni prima prendono in mano la situazione e prima apportiamo un argine ad un fenomeno che il tempo rende sempre più gravoso.

Ogni giorno si svolge una vita comunitaria forzata in quegli ambienti, tutto nel silenzio quasi assoluto dove poliziotti penitenziari si occupano di affrontare la vita e la gestione di una pena detentiva. Di questi operatori o poliziotti penitenziari ben poco se ne parla e soltanto qualche rara immagine televisiva incornicia la figura di quegli uomini in uniforme blu scuro con un basco azzurro in testa che discretamente, per quanto possibile, accompagnano un imputato nelle aule dibattimentali di giustizia. Di questo corpo se ne è avuta sempre un’immagine distorta perché solo nei fatti più eclatanti viene chiamato in causa. Ultimamente nel caso “Cucchi”, la Stampa e la Televisione argomenta a dovere circa un pestaggio che quel ragazzo ha subito in circostanze alquanto confuse, ma fin quando la magistratura non ha effettivamente chiarito le posizioni in causa me ne guardo dal proferire giudizi sommari.

Sia questa l’occasione di ribadire una questione molto importante non sono qui dalla parte di nessuno e non mi permetto come ho gia’ detto di addurre giudizi volatili, non spetta di certo a me, ma sia ben chiaro, depreco comunque sia gli atti illeciti di quei poliziotti o tutori dell’ordine di cui macchiano non solo loro stessi, ma l’immagine  di un corpo e di uno Stato che li ha abilitati ad operare in nome delle regole democratiche.

Oltre a tutto ciò sia sempre ben chiaro che non ritengo corretto generalizzare l’operato di tutta una categoria che con spirito di abnegazione, con volontà e sacrificio ogni giorno nella più assoluta discrezione e nell’applicazione metodica dei mandati legislativi e quindi costituzionali, svolge il proprio dovere, di fronte ad una situazione di precarietà continua determinata da politiche economiche governative sempre votate per lo più al contenimento e poco nella comprensione che la sicurezza e la giustizia sono dei beni inalienabili che appartengono a una nazione e che richiedono maggior attenzione da parte del mondo delle istituzioni.

Ho voluto dare una panoramica seppur fugace nell’ambito di un contesto che in qualche modo indirettamente appartiene alla vita sociale di un Paese il quale se gestito e vissuto in un certo modo secondo leggi e regole chiare l’uno e l’altro vanno a rappresentare lo specchio di se stessi.

Un lettore